avevo un amico così.

Avevo un amico così diffidente che, se una gli chiedeva di uscire, lui capiva “dalla stanza”.

Era sbadato, il mio amico: sbagliava stazione nei viaggi mentali.

Avevo un amico così diffidente che si svegliava ogni mattina con vago senso di stupore.

Era impulsivo, il mio amico. Contava sempre fino a dieci prima di tacere.

Avevo un amico così diffidente che rispondeva ai complimenti con lo stesso grugno di un novantenne in carrozzina col Parkinson a cui i parenti hanno appena detto “ti trovo in formissima”.

Era confuso, questo mio amico: rompeva le speranze e, con i cocci, coltivava gli indugi.

Avevo un amico così diffidente che aveva smesso di sognare ad occhi aperti perché si era accorto di essere allergico al polline dei rimorsi.

Era pigro questo mio amico: se gettava il cuore oltre l’ostacolo, poi lo lasciava lì.

Avevo un amico così diffidente che, se qualcuno prendeva le sue difese, poi gli chiedeva di restituirle.

Avevo un amico così diffidente che se gli chiedevano “come stai”, lui rispondeva “perché?”.

Era ingenuo, il mio amico: si stupiva della gentilezza, si meravigliava della normalità e, se arrivava la pioggia, era indeciso se sentirsi triste o lavato.

Una volta disse a una: “vuoi salire a vedere la mia collezione di abbagli?”.

Lei rispose, andandosene: “mamma mia come sei diffidente…”

Lui pensò che, infondo, la diffidenza è solo il preservativo dell’anima.

pensierino.

La realtà è molto più complessa di qualsiasi complotto.

Cercare continuamente il marcio in ogni cosa, mi fa pensare che quell’ossessiva ricerca di un colpevole che minaccia ingannando, sia alla fine solo un grande monologo collettivo su se stessi e sulla ricerca non tanto del complotto in se, ma del complotto che è in te.

I conflitti e le contraddizioni si digeriscono meglio se ci si convince che scendano sempre dall’alto, come decisioni prese da genitori cattivi ed egoisti.

Quel sottilissimo confine tra un’analisi anche polemica e il “ho bisogno di un mandante per la confusione che sento”.

Quindi ogni volta che leggo o sento qualcuno che cerca di spiegarmi la storia, i mercati e la vita, mi chiedo sempre se non stia semplicemente cercando di spiegare se stesso.

Poi vado a fare due passi.

Spy-1

niente di serio

Fuori è Lunedì. Dentro è Domenica. Sono uscito a confondermi un po’ le idee tra la folla dei saldi in centro. Ero talmente soprappensiero che, frugando a caso nel cassetto, mi sono infilato un vecchio calzino e un sogno spaiato.

“Saldi di fine stagione. Inizio dei sogni”. Brilla una vetrina colorata piena di mutande scontate al 30%. Più o meno come le facce delle bimbe in fila.

Lancio un’occhiata distratta al cellulare e mi accorgo che il Tony ha commentato un post che trovate qui.

“Dove diavolo vanno tutti questi maledetti autobus?”.

Tony, non ne ho idea. Eppure ti ricordi che c’è stato un tempo in cui eravamo convinti di avere un sacco d’idee?

Che magnifiche mignotte erano le idee. Soprattutto quelle confuse, amiche di una sera fino alla prossima volta. Ci guardavano, ricambiavano, si lasciavano offrire, si facevano rincorrere, prendere, rubare, scambiare, trattare male e, ballando di nascosto seduti, si passava da un’idea all’altra semplicemente allungando la mano.

Tu t’innamoravi delle cameriere, io delle chimere. Io fumavo, tu tossivi. Io inventavo titoli per tragedie a lieto fine e tu disegnavi mostri buffi sui tovaglioli. Intanto i tavoli si riempivano di bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti. Era la Luna che decideva da che parte stare. Quella stessa Luna che, se inciampava negli spigoli di certe nostre autoironie, finiva sempre col sognarsi tutta addosso dal ridere. E noi con lei.

E poi?

E poi abbiamo restituito la pausa che ci eravamo presi. Abbiamo messo la testa a posto, ma ci siamo scordati dove. Siamo scesi a compromessi per sgranchirci un po’ le ossa e da lì, ci hanno invitato ad andare a riflettere, ma abbiamo sbagliato strada, seguendo consigli che ci seminavano tra portici talmente affollati da dover scansare persino le fatiche e, in un giorno di sole feroce, ci si sono sciolti persino i dubbi.

Ed è stato lì che ci siamo chiesti: “Ma i dubbi, sono domande o risposte timide?”.

La fila di bimbe al negozio dei sogni in saldo di fine stagione si allunga. Le pile di mutande si accorciano. Mi siedo al tavolino di un bar alla faccia del freddo cane e delle dita gelate. Provate voi a scrivere qualcosa di serio con le dita viola.

Sfoglio il giornale: sulle previsioni del tempo c’è semplicemente scritto: “Vola”.

Mi rannicchio, ordino un caffè e un bicchier d’acqua in cui poter perdermi con calma.

“Dove diavolo vanno tutti questi maledetti autobus?”.

Dove diavolo sono andate tutte quelle idee?

E le anatre a Central Park d’inverno?

‘Fanculo Tony, se volevo avere una risposta a tutti i dubbi, nascevo birra.

2014-08-16 15.24.45

il vecchio che avanza

E se mi mettessi a scrivere un blog?

Partiamo dalla legge madre che mi devo appendere sul muro di fianco alla scrivania: “Non frega niente a nessuno”. Quindi una perdita di tempo. Per me che scrivo e per voi che state leggendo. Ma ogni tanto bisogna fare i conti con i propri dilemmi e, per sbrogliarli, tocca salire sulla giostra dei propri cortocircuiti.

Quindi, chi vuole seguirmi e ha tempo da buttare, salga su.

È più di un anno che non scrivo o scrivo poco. Quel poco che scrivo, non lo concludo. Se non concludo poi m’incazzo. E se m’incazzo vado al bar. E al bar ci si distrae.

Cortocircuito numero uno.

Durante le vacanze decido di riprendere in mano pile di mezzi fogli. Il vecchio che avanza da vite passate: un ingorgo di strade, direzioni da prendere, stili da padroneggiare, personaggi da far parlare, cerchi da chiudere, scalette a cui dare un senso, appunti a margine e nessuna idea fresca.

Allora m’incazzo ancora di più. Al punto che mi stufo persino a rileggere.

Cortocircuito numero due.

Ho le dita un po’ arrugginite, mi dico, devo solo ricominciare a scrivere un po’. Si, ma cosa? Da dove comincio? Ho un’intera stazione di autobus senza destinazione. Su quale salgo?

Cortocircuito numero tre.

Avevo smesso di scrivere perché ero incazzato. È una storia lunga. Ho ricominciato perché sono incazzato. È una storia lunghissima. Non riesco a ricominciare e quindi m’incazzo ancora di più. Ho fogli che devo finire. Il perché è una storia lunghissima e noiosa.

Intanto la giostra dei cortocircuiti gira. E non solo quella.

Scrivere è come correre. È una gran rottura di coglioni se sei fuori allenamento ma, quando poi riprendi fiato e riesci a tornare dai giri lunghi, ti senti meglio. Fa bene al cuore e non solo a quello che batte.

Non riuscire più a scrivere, quindi decidere di scrivere per tornare a scrivere.

Abbiate pazienza.

Benvenuti sulla giostra dei miei cortocircuiti.

Benvenuti in questo nuovo anno.

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