Avevo un amico così diffidente che, se una gli chiedeva di uscire, lui capiva “dalla stanza”.
Era sbadato, il mio amico: sbagliava stazione nei viaggi mentali.
Avevo un amico così diffidente che si svegliava ogni mattina con vago senso di stupore.
Era impulsivo, il mio amico. Contava sempre fino a dieci prima di tacere.
Avevo un amico così diffidente che rispondeva ai complimenti con lo stesso grugno di un novantenne in carrozzina col Parkinson a cui i parenti hanno appena detto “ti trovo in formissima”.
Era confuso, questo mio amico: rompeva le speranze e, con i cocci, coltivava gli indugi.
Avevo un amico così diffidente che aveva smesso di sognare ad occhi aperti perché si era accorto di essere allergico al polline dei rimorsi.
Era pigro questo mio amico: se gettava il cuore oltre l’ostacolo, poi lo lasciava lì.
Avevo un amico così diffidente che, se qualcuno prendeva le sue difese, poi gli chiedeva di restituirle.
Avevo un amico così diffidente che se gli chiedevano “come stai”, lui rispondeva “perché?”.
Era ingenuo, il mio amico: si stupiva della gentilezza, si meravigliava della normalità e, se arrivava la pioggia, era indeciso se sentirsi triste o lavato.
Una volta disse a una: “vuoi salire a vedere la mia collezione di abbagli?”.
Lei rispose, andandosene: “mamma mia come sei diffidente…”
Lui pensò che, infondo, la diffidenza è solo il preservativo dell’anima.


